martedì 8 giugno 2010

Incipit

La fitta foresta era fiocamente illuminata dalla luna piena, mentre una sottile nebbia aleggiava nell’aria gelida.
Lontano, chissà dove, risuonava l’ululato di qualcosa simile ad un lupo, ma Grommer non poteva esserne sicuro, perché sapeva che in questa landa vivevano cose ben peggiori che i lupi: si strinse nelle spalle e rabbrividì, dicendo a se stesso che era solo il freddo.
Zoppicando nella neve si allontanò il più velocemente possibile dal relitto in fiamme della sua aeronave.
Il motore a vapore, orgoglio delle forge dei nani, spuntava contorto dallo scafo sventrato e la caldaia, riscaldata dal fuoco incontrollato dell’incendio che aveva trovato terreno fertile sulla tela del pallone aerostatico, era deformata dalla pressione crescente e rischiava di esplodere da un momento all’altro.

Infatti, pochi secondi dopo una potente onda d’urto scaraventò Grommer a terra.
Fortunatamente era riuscito ad allontanarsi abbastanza da non rimanerne ucciso.

Si rialzò barcollante e si diresse verso alcuni rottami in fiamme che crepitavano invitanti nel gelo invernale.
Si sedette su quel che restava di un barile e mentre il calore scioglieva la neve sui suoi abiti ripensò agli eventi appena trascorsi.
La mattina precedente aveva accettato di portare un passeggero ad Alosya, la città poco oltre la Selva di Herron, la misteriosa foresta in cui si trovava adesso.
Questo passeggero, un ometto calvo con grossi occhiali rotondi, gli era sembrato un tipo a posto, sicuramente meglio di molta gentaglia con cui aveva avuto a che fare nel suo mestiere di Aeronauta.
Notò però che aveva una gran fretta di partire e che per tutto il tempo non aveva mai staccato la sua mano destra dalla tasca, come se stringesse qualcosa di molto prezioso: a ripensarci adesso, questi due fatti potevano significare solo guai..

Nemmeno mezz’ora prima stava solcando il cielo sopra la foresta a bordo della Silvana, la sua nave, con il motore che sbuffava pigramente alla potenza minima di sostentamento.
Mentre navigava la sua nave nei cieli, si meravigliò in silenzio dell’ingegno dei nani.
Fu circa cento anni fa che un nano pieno di inventiva di nome Horst Fondiferro divenne famoso in tutti i Cinque Regni grazie alla scoperta della forza racchiusa nel vapore.
Dopo i primi barcollanti carri senza cavalli, inutili gingilli lenti e puzzolenti, le cose migliorarono a vista d’occhio sino a quando sotto gli occhi di una folla meravigliata riuscì a sollevare nell’aria un piccolo brigantino e farlo navigare nel cielo.
Prima di quell’evento i maghi derisero Fondiferro per questa sua folle idea di “tecnologia”: essi sentenziavano che la levitazione di una nave richiedeva una quantità di magia che nemmeno i più potenti stregoni delle leggende possedevano e che quindi sarebbe stato più che impossibile riuscirci per un comune nano, razza per natura cieca alla magia.
Dopo furono costretti, con gran divertimento di Fondiferro, ad ammettere che avevano torto e dovettero guardare stizziti le sue forge espandersi velocemente per via della grande richiesta di questi motori, motrici o come diavolo li chiamava.

Il filo dei suoi pensieri venne interrotto dalla vocina nervosa del suo passeggero che chiedeva informazioni sulla rotta.
L’ometto, che si chiamava Fergusson, era restato per tutto il viaggio a scrutare il cielo con occhi preoccupati, mentre chiedeva, con una frequenza assillante, quanto mancasse all’arrivo.
Grommer era di poche parole, non si curò di chiedere il motivo di tale preoccupazione, ma se ne pentì quando improvvisamente scesero da un’imprecisata posizione sopra l’aeronave due cavalieri, in sella a draghi neri come la notte, che si affiancarono ai lati della nave puntando le loro balestre contro i due.
Grommer valutò il da farsi: attaccare due draghi a bordo di una nave di legno appesa ad un pallone equivaleva ad un suicidio, affrontare in uno scontro diretto i cavalieri con il coltello che portava alla cintura, pure.
Era certo che non volevano lui perché non aveva fatto nulla di così grave da meritare l'attenzione di due cavalieri alati.. almeno ultimamente.
Per un attimo accarezzò l’idea di consegnare Fergusson, ma obbedì al suo personale codice d’onore che lo vincolava a portare a destinazione un passeggero a qualunque costo.
Fergusson invece era nel panico, la sua testa ruotava da un cavaliere all’altro con gli occhi pieni di paura.
Grommel gli fece segno di non muoversi e di restare calmo ma troppa era la paura in Fergusson che tentò una corsa disperata verso il ponte inferiore.
Il primo dardo si conficcò vicino alla rotula e l’ometto cadde in avanti.
Nella caduta il contenuto della tasca cadde e scivolò sino ai piedi di Grommer: ciò che vide fu un oggetto nero a forma di L e grosso poco più di un pugno; nel pallido chiarore lunare l’altro cavaliere, che lo teneva sotto tiro, non se ne accorse.
Fergusson nel dolore sibilò di raccoglierlo, e di usarlo contro i cavalieri.
Grommel gli chiese come, ma la seconda freccia colpì l’ometto alla tempia prima che potesse rispondere.
Approfittando del breve attimo in cui i cavalieri incoccavano un altro dardo, rotolò sul ponte raccogliendo l’oggetto ed approfittando dell’inerzia si rifugiò tra l’argano dell’ancora ed il camino della caldaia, un riparo che gli avrebbe dato una manciata di secondi di copertura dagli assalitori.
Osservò velocemente l’oggetto: sembrava una balestra di ferro senza bracci, con un piccolo manico con un grilletto ed un foro delle spessore di quasi due dita nella parte più lunga, era interamente metallico e piuttosto pesante.
Pensò che dardi così piccoli e tozzi da passare per quel foro sarebbero rimbalzatati sulla pesante armatura dei cavalieri e si vedeva già cadere con quest’azione patetica sotto i ghigni divertiti dei due.
Quando però vide il primo cavaliere puntargli contro l’arma pronto a sparare, Grommel non pensò nemmeno: puntò la strana balestra verso il nemico e premette il grilletto.
Sentì uno scoppio da far male alle orecchie mentre l’oggetto sembrò prendere vita torcendogli violentemente il braccio verso l’alto.
Ma ciò che lo riempì di stupore fu che non vide nemmeno partire il dardo, sempre ammesso che si trattasse di un dardo: prima che il cavaliere venisse disarcionato e scaraventato nel vuoto dalla forza del colpo, vide che la sua armatura all’altezza del petto era orrendamente bucata, con un foro delle dimensioni di un pugno.
Il secondo cavaliere eseguì una virata in picchiata appena vide l'areonauta puntare l’arma verso di lui.
Perché è fuggito, si chiese il Grommer: il suo nemico avrebbe avuto tutto il tempo per sparare mentre lui era indifeso per incoccare il secondo colpo, che non aveva la minima idea di come fare.
Il cavaliere riemerse dall’altro lato della nave e sparò con la balestra, ma la velocità della manovra gli costò in precisione ed il dardo sibilò accanto all’orecchio di Grommer.
Questi si girò di scatto appena in tempo per vedere il suo assalitore scomparire in una nube poco sopra la nave.. ma di cosa aveva paura?
Poi intuì: forse quest’arma poteva sparare più di un colpo alla volta e dunque la puntò verso la nube..
Per un attimo non accadde nulla, poi, nel pallido chiarore lunare, vide la nuvola diventare rossa come il fuoco.. e per la seconda volta in pochi minuti si vide morto, questa volta carbonizzato.
Le prime ad emergere furono le fauci del drago, spalancate e fiammeggianti, pronte ad incenerire lui e la sua nave; ancora una volta Grommer premette il grilletto e con suo sollievo l’arma sparò, colpendo il drago in bocca.
La complessa meraviglia biologica che permette ad un drago di sputare fiamme è letale quanto delicata per via dei suoi intricati dotti incendiari e palati multipli che fungono da valvole, per questo la lesione causata dal proiettile innescò un’esplosione che polverizzò la testa del drago e dilaniò il suo cavaliere.
Il corpo senza vita del drago roteava impazzito e con il moncone di collo in fiamme colpì lo scafo della Silvana, che prese fuoco.

Doveva perdere quota, e subito: se il fuoco avesse raggiunto il pallone, il miracolo che sospendeva la nave nel vuoto sarebbe svanito e la Silvana avrebbe avuto la galleggiabilità di un sasso.
Aprì al massimo le valvole di sfogo del pallone perdendo aria calda. Il terreno si avvicinava rapidamente, ma ancora non era abbastanza: le fiamme alimentate dal legno dello scafo presto sarebbero state abbastanza alte da raggiungere il pallone.
A dieci metri da terra, il pallone prese fuoco ed in quel preciso istante la Silvana fu nuovamente tra le grinfie della gravità...

Il fuoco dei rottami stava riportando un po' di calore nel suo corpo. Nonostante quella foresta gli mettesse i brividi decise che non era saggio attraversarla di notte, dunque avrebbe aspettato il mattino per mettersi in cammino verso Alosya.
Prese in mano l'arma e l'osservò rigirandola pensieroso.. quanto potere per un singolo uomo si disse.. solo uno stregone dopo decenni di dedizione alla magia avrebbe potuto avere la meglio così facilmente su due cavalieri alati.
Pensando al potere inimmaginabile di un esercito con simili armi, mormorò tra sè: "questo cambierà tutto"

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